Andare oltre i Super Tuscan è possibile, basta circondarsi di buone menti (meglio se di famiglia) e un po’ di vino da bere nella tenuta di Montepulciano. Antonio Michael Zaccheo racconta il futuro dell’azienda.

Era il 1967. Due ragazzi giovanissimi, Giovanni Carlo Sacchet ed Antonio Mario Zaccheo, incrociarono le loro strade, determinati a far crescere un grande sogno: produrre il migliore Chianti Classico che il “terroir” toscano potesse offrire. Sacchet aveva 19 anni. Zaccheo 23: insieme fondarono Carpineto, un’azienda che oggi conta oltre 80 ettari nell’Appodiato di Montepulciano. Tre linee di produzione, oltre 30 etichette e 3 milioni di bottiglie prodotte non hanno smorzato la fame di innovazione nella grande famiglia, che da due generazioni porta avanti l’azienda.

Antonio Michael Zaccheo, export manager e figlio di Antonio Mario, ci parla dalla Tenuta di Montepulciano, dove vive il lockdown legato all’emergenza Coronavirus. «Questo momento di stop è una disgrazia, ma ne sto approfittando per riscoprire le cose che mi piacevano da ragazzo. Vado nell’orto, raccolgo gli asparagi, poi passo in vigna e in cantina. È un ritorno alle origini. La vita sembra più facile e meno stressante. Saremo pronti ad uscire dalla quarantena quando finisce il vino».

L’anima agreste Antonio è scritta nel suo Dna. Zaccheo padre infatti ha origini pugliesi. Cresciuto nell’azienda agricola di famiglia, ha portato con sé gli attrezzi agricoli ultracentenari usati dal padre a Turi, tra i ciliegeti e i capi di grano, le vigne e gli uliveti.

Nonostante i premi, il fatturato da 16,4 milioni di euro e la forza della produzione, Carpineto resta un’azienda a conduzione familiare. «Ci ha aiutato – spiega Zaccheo – Quando si è in famiglia, nessuno sta a guardare quanto ha lavorato, gli straordinario o altro. Per noi questo lavoro è una passione, uno stile di vita. Poi quando non c’è da fare, si va al mare. Ma se c’è da fare, si fa tutto insieme». Le due famiglie dei fondatori camminano insieme, gestendo i punti nevralgici dell’attività, ricalcando le competenze dei fondatori.

«Mio padre faceva il frontman, parlava l’inglese e andava a vendere il vino. Giancarlo (diminutivo di Giovanni Carlo Sacchet, ndr.) faceva il vino. Il gene del commercio è passato nel mio Dna, dato che sono cresciuto in una casa in cui transitava gente di Paesi diversi. Caterina Sacchet, figlia di Giancarlo, è la nostra enologa, un fulmine, mentre la sorella Elisabetta lavora in ufficio».

Il sogno dei fondatori di Carpineto era quello di fare i classici toscani come Dio comanda. E ci sono riusciti. Tra i premi da mettere in bacheca c’è il 95/100 dato da Wine Spectator al Nobile Riserva 2013. «Ci siamo sentiti “delusi” da questo risultato, perché vorremmo dare ai nostri clienti un vino che sia sempre da 100 punti». Innovatori per vocazione, Carpineto ha affiancato alle tre storiche DOCG toscane – Chianti Classico, Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino – prodotti pronti a rispondere alle domande del mercato estero. «Ad esempio, il Dogaiolo è un Super Tuscan facile facile, pensato per portare il nostro vino sulle tavole tedesche, dove questa bevanda c’è tutti i giorni».

Carpineto esporta verso oltre 70 paesi. Ciò che vende non è semplice vino, ma un suono, un’immagine: quelli dell’Italia. «Nel mondo di prima avevamo un turismo straordinario, arrivavano persone da tutto il mondo. Apprezzavano la nostra cucina abbinata a un bicchiere di vino. Una volta tornati a casa, si voleva ricreare questo ambience anche attraverso le nostre bottiglie. Negli Stai Uniti questo trend era fortissimo e qui vinciamo anche grazie all’ottimo rapporto qualità prezzo rispetto al vino californiamo». La difficoltà del proporre un vino italiano a cena in un ristorante era praticamente pari a zero.

Un’altra parola chiave nel vocabolario di Carpineto è sostenibilità. «La decliniamo in tre modi: ambientale, finanziaria e sociale, per i nostri impiegati. Su quest’ultima cosa ci vantiamo di avere persone che lavorano con noi fino alla pensione – spiega Zaccheo – Dal punto di vista finanziario tendiamo a lavorare con serietà, mettendo il giusto ricarico sui vini che vendiamo. Per esempio, se la gran selezione dell’annata 2015 becca 95 punti, il prezzo di quella del 2016 non aumenta.»

«Dal punto di vista ambientale sappiamo di essere un’azienda che produce vino. Emettiamo CO2 nell’atmosfera con il diesel dei trattori, con i nostri viaggi d’affari, ma resta pur sempre una piccola parte rispetto a quella prodotta per fare le bottiglie di vetro». Così Carpineto ha alleggerito le proprie bottiglie fino al 20 per cento del loro peso. Il Dogaiolo e il Chianti Classico utilizzano bottiglie che da 420 grammi sono passate a 360 grammi. Quella delle riserve è scesa da 600 g a 500 g. L’obiettivo è alleggerire ancora. «Bisogna trovare l’equilibrio giusto. A noi interessa il liquido interno e il cliente oggi capisce che stiamo lavorando per il bene di tutti».

Carpineto è tra le cantine più favorevoli all’enoturismo, fenomeno che ha visto nascere il primo regolamento regionale proprio in Toscana. L’emergenza Coronavirus purtroppo ha fermato anche questa attività. Ma l’entusiasmo resta intatto: «Abbiamo pensato a vari progetti. Vogliamo mostrare la cantina a chi vive in città e non sa bene come nasca il vino. Una passeggiata tra le vigne, una dimostrazione, un po’ di spiegazioni e poi naturalmente si passa ad assaggiare i prodotti».

Ma nel futuro di Carpineto c’è soprattutto il vino, anzi nuove vigne. «Abbiamo 5 aziende in Toscana, ma qualche vigneto ci manca sempre. Da pignoli quali siamo, crescendo vogliamo aggiungere qualche chicca al nostro patrimonio».