Azienda Agricola Santa Lucia celebra i suoi 200 anni di attività aprendo le porte di casa dove i valori di famiglia, rispetto e amore per la terra sono riassumibili in un calice di Nero di Troia. Il vitigno simbolo di un terroir unico raccoglie il testimone per il racconto di una nuova Puglia da bere.

Gentilezza e forza, una piacevole contrapposizione letteraria che caratterizza al meglio la storia bicentenaria della cantina Santa Lucia. Era solo il 1822 quando a Corato, a pochi chilometri dal mitico Castel del Monte e alle porte della profonda Murgia, la famiglia Perrone Capano iniziava a produrre vino nella piccola cantina adiacente alla casa estiva. Il vino per la famiglia, prima legante per momenti gioiosi campagnoli poi un’opportunità di guadagno, è diventato una sfida e vendemmia dopo vendemmia, il prodotto si è fatto sempre più interessante. Oggi il marchio Santa Lucia vanta bottiglie che raggiungono alte vette in termini gustativi.

I numeri dell’azienda sono riassumibili così: 14 ettari di vigneto, 3 varietà di uva coltivate, Bombino Nero, Fiano e il mitico Nero di Troia, il vero protagonista della nostra storia assieme a Roberto Perrone Capano. È stato proprio lui a raccogliere l’eredità bicentenaria coltivata da suo nonno e suo padre. Oggi a portare avanti la cantina ci pensa lui dividendosi tra la Campania e Corato.

Da sempre appassionato di viticultura e del lavoro di cantina, Roberto ha scelto di dare al marchio Santa Lucia una direzione ambiziosa cercando di raggiungere l’eccellenza alzando anno dopo anno, assieme al suo team giovane e intraprendente, la famosa asticella. Finora i risultati sembrano essere incoraggianti, soprattutto con il Nero di Troia il cui vino, straordinario per carattere e longevità, riscuote grande interesse tra il pubblico esperto e non. Ma qual è il futuro riservato al principe di Puglia? Lo abbiamo chiesto a chi, ogni giorno, ci mette anima e corpo in questo progetto.

Il territorio e il lavoro di cantina

Dislocati nelle vicinanze della cantina e nel territorio cittadino, i 14 ettari di vigna ubicati a 250 metri sul livello del mare sono solo autoctoni, Fiano a parte, l’ultimo scampolo di “campanità” che si porta dietro Roberto dal punto di vista viticolo. Non solo vigneti ma anche una piccola parte destinata a uliveto che funziona da frangivento per le vigne, utili anche per un’esigua produzione di olio extra vergine d’oliva da Monocultivar Coratina. Tutto questo si sviluppa sotto l’ala del regime biologico riconosciuto, certificazione che la cantina possiede orgogliosamente.

L’uva viene curata stando attenti a ogni fase della vita e alla tenuta della pianta. Roberto intende la vigna come un progetto lungo una vita e ciò richiede rispetto ma anche le migliori cure utili orientate alla visione di un’agricoltura più tradizionalista. “Pensare e piantare un vigneto è un progetto di vita. Il ritorno lento dell’agricoltura chiede di fare una scelta e di seguirla per un arco temporale lungo almeno 20 anni. In questo lasso di tempo l’azienda, sempre alla ricerca dell’eccellenza enoica, ha affrontato cambi di mentalità grazie anche a contributi professionali importanti per la crescita di Santa Lucia”. Ad occuparsi della salute dei vigneti direttamente sul posto c’è l’agronomo Alfredo Tocchini, attento a garantire l’integrità dei frutti rispettando l’ambiente e la vigna a 360 gradi. Sovescio, inerbimento e concimazione biologica sono solo alcune delle best practices utili per ottenere frutti perfetti.

A trasformare le uve in vino ci pensa Emilia Tartaglione, l’enologo che raccoglie un’importante eredità. Con puntualità e idee innovative ha iniziato una vera e propria rivoluzione in cantina e su come si fa vino, esaltandone il terroir a tutto tondo. Lei ha reintrodotto la produzione di rosato da Bombino Nero perché “In terra di rosati è impossibile non averne uno in gamma, soprattutto se si può fare eccellenza”. Ecco come nasce il Fiore di Ribes, un vino che si fa amare per i suoi colori delicati e per la sua freschezza. Interessante espressione della DOCG Castel del Monte Bombino Nero, il rosato destinato a prendersi il giusto spazio sulle tavole non solo pugliesi, tra aperitivi e pranzi estivi.

Per fare buon vino c’è bisogno di creare una certa sinergia ma, soprattutto la fiducia necessaria, in modo da svolgere un lavoro ottimo. Emilia e Roberto questo feeling l’hanno creato sin da subito, base perfetta per raggiungere risultati incoraggianti dal Fiano fino all’indomabile Nero di Troia lavorato con dovizia di particolari.

Perché puntare sul Nero di Troia

Il Nero di Troia è ancora un leone da addomesticare”. A definirlo così è il patron di Santa Lucia che nel vitigno ci crede tantissimo e punta tutta la sua filosofia produttiva sull’esaltazione di ogni tratto caratteristico in modo da metterlo in bottiglia in tutta la sua autenticità “Si tratta di un vino per intenditori, affascina l’esperto e stende il novellino”.

Il Nero di Troia, tra i più emblematici vitigni pugliesi, si mostra come un vino non di facile beva, dalla trama tannica importante, profumi e colori non semplici da vendere, soprattutto per un mercato abituato a prodotti ben addomesticati e ingentiliti al punto da perderne la vera essenza. La forza di tutta questa diversità è ciò che muove l’anima della produzione di Santa Lucia, orientata verso la produzione di un Nero di Troia fatto bene, in grado di conquistare una nicchia di mercato alla ricerca di un racconto diverso dal solito ma personale e di valore.

Il Nero di Troia di Santa Lucia è frutto di una revisione delle valenti pratiche di cantina precedenti che ancora oggi sono in perfetta forma e si sa, dal passato c’è sempre qualcosa da imparare ma anche da migliorare. L’annata 2017, oggi in commercio, risultato incoraggiante di un lavoro più moderno, arriva nel calice sfacciatamente elegante ma autentica, rispondente alle esigenze di un mercato maggiormente consapevole e alla ricerca di un racconto territoriale da bere. Tutto ciò è diventato il marchio distintivo dal Melograno al Riserva Le More.

Il Nero di Troia: protagonista della scena viticola Pugliese?

Sembrano lontani i tempi in cui il vino pugliese fungeva solo da “taglio” ai migliori vini italiani e anche se qualche strascino è ancora visibile, si cerca di dare una direzione nuova al prodotto. Oggi si chiede maggiore impegno ma, soprattutto saper fare squadra per un obiettivo comune: esaltare l’identità di Puglia attraverso il Nero di Troia. “Potrebbe rimanere un vino solo per intenditori, ma con la giusta sinergia tra i produttori, lottando contro l’individualismo dilagante, il vitigno sarebbe il perfetto volano per la vitivinicoltura regionale”. È proprio così che Roberto Perrone Capano vede l’azienda che verrà e che, oggi, esporta il 40% della produzione annuale.

Per concretizzare le buone intenzioni serve avere un’ottima squadra, coesa e affamata di risultati brillanti. Bisogna sapersi scrollare di dosso quell’imbarazzo che, fino a poco tempo fa, generava un Nero di Troia capace di stendere come un pugno. La via maestra è nell’esaltazione delle durezze e di un importante tannino. Forse il momento è quello giusto, dove Italia e Estero sono pronti per apprezzare un vino valido per competere con realtà viticole già affermate.

Ma quali sono i progetti per i prossimi 200 anni dell’azienda? Chiedere a Roberto Perrone Capano come vede il futuro di Santa Lucia lascia diversi spiragli di discussione tutti ancora da scrivere. Bisogna essere pazienti, lavorare sodo e credere in ciò che si fa, mentre per tutto il resto è bene affidarsi alla terra dove proprio qui si può tracciare il “lavoro che deve ancora venire”.