Per i wine lovers sempre a caccia di novità nel calice la Liguria ha molto da raccontare. Perciò tra i viaggi “virtuali” di Wineroots.it non poteva mancare questa tappa italiana.

Per raccontare al meglio un territorio e cercare di toccare con mano la sua essenza, chi vi scrive ha scelto una piccola azienda agricola di Soldano, Kà Mancinè. Siamo proprio nel pieno della DOC del Rossese di Dolceacqua, vitigno della tradizione ligure che ha fatto la storia ma, attenzione, ha ancora tanti altri capitoli da scrivere.

Kà Mancinè è una realtà affermata sul territorio nazionale e non solo. La sua storia ventennale nasce dall’intraprendenza di Maurizio Anfosso e della sua famiglia. Proprio lui ha voluto riprendere la tradizione delle passate generazioni, lasciandosi alle spalle i ritmi frenetici di un impiego da ufficio, quindi scegliere una “nuova normalità” che segue i tempi della vigna ma non ne trascura il suo avanzare e le opportunità da cogliere.

La Liguria eroica

La Liguria è famosa per i suoi vigneti impervi e Kà Mancinè si trova nel pieno della viticultura eroica tipica del luogo. All’estremo Ponente ligure e al confine con la Francia, infatti, fare vino è più complicato del solito.

Il microclima di questa zona è molto particolare e cambia di metro in metro. Il nostro territorio, da 0 a 400 metri, offre una diversità di esposizioni e il terroir muta da marnoso ad argilloso, fino a diventare calcareo. Tutto ciò determina nel bicchiere sentori molto diversi del Rossese di Dolceacqua. Il nostro lavoro è tutto manuale, non utilizziamo alcun mezzo meccanico a parte le nostre gambe e braccia”.

Gli ettari di Kà Mancinè sono stati inizialmente 3 ma con il tempo sono diventati 4 tra vigne Beragna di circa 100 anni e Galeae. La resa aziendale, però, resta bassa e in media corrisponde ad un 50 quintali per ettaro. La produzione media è di circa 20000 bottiglie.

Coltiviamo essenzialmente Rossese di Dolceacqua che, fino a qualche tempo fa, era difficile da trovare al di fuori della Liguria. Complice di tutto questo è il flusso turistico che, negli anni, ha portato diverse persone ad assaggiarlo e ad apprezzarne i sentori nel bicchiere. Da qualche anno, però, grazie al gran parlare del Rossese è stato possibile farsi conoscere anche nel resto d’Italia e all’Estero, portando la nostra realtà al di fuori dei confini regionali con estremo successo. L’America ci ha accolto molto bene ma anche l’Europa e Australia prestano attenzione al nostro vino. Cerchiamo di essere sempre più bravi a venderlo ma, soprattutto, a produrlo”.

Come nasce Kà Mancinè

L’azienda di Maurizio nasce da un desiderio di volersi riappropriare delle sue origini contadine. “Storicamente la mia famiglia si è occupata di agricoltura ma, sia io che mio padre abbiamo fatto altro nella vita. Nel 1998, però, il richiamo del territorio ha vinto e ho deciso di iniziare una nuova avventura, proporzionando l’offerta a ciò di cui il nostro territorio ha bisogno”.

Kà Mancinè produce quasi esclusivamente Rossese di Dolceacqua, dal rosso al rosato, secondo disciplinare. Il primo vino, però, è stato il bianco Tabaka. “Nasce da un vitigno a bacca bianca autoctono, chiamato Tabacca o Massarda. La consideriamo una chicca diversa dal classico Pigato e Vermentino”.

Il Rossese ha un pregio e un difetto: essere buono subito ed essere buono subito”. Quindi il vino di Kà Mancinè non finisce presto solo per una produzione esigua ma perché non se ne può più fare a meno. Con il Covid e i ristoranti chiusi, però, le giacenze sono aumentate ma un buon vignaiolo deve saper fare della necessità una virtù.

Se fino a qualche tempo fa bevevamo un vino giovane, ora, con le bottiglie in cantina stiamo riscontrando una capacità di evoluzione interessante del Rossese. Per cui quando la situazione cambierà e si potrà tornare ad una nuova normalità, dovremo evitare di ricadere negli errori del passato, cioè, mettere fuori vini troppo giovani. Se ora abbiamo perso qualcosa, dopo ci guadagneremo in termini di qualità”.

Andiamo in galeae?

Galeae non è solo il nome delle vigne di Kà Mancinè e che viene utilizzata anche per il suo Rossese ma significa qualcosa in più. Galeae, secondo la tradizione, è il nome che veniva dato anche ai vari appezzamenti di terra. Ancora oggi vengono chiamati così. La motivazione sta nel fatto che, molto probabilmente, in passato questi territori erano destinati alle galere dell’epoca saracena.

Ma come si coniuga la storia al territorio? A trovare un fil rouge è proprio Maurizio e i produttori della zona. “Qualche anno fa abbiamo deciso di fare uno studio sulle varie località che appartengono alla DOC del Rossese, le nomeranze. Grazie all’associazione di categoria e all’ente Vigne Storiche, è stato possibile realizzare un progetto per definire con estrema precisione da quale territorio viene esattamente il vino che si sta bevendo. Il progetto, ormai, attende solo l’approvazione del ministero competente. In futuro sarà possibile identificare esattamente da dove viene il vino e da quale galea, tenendo conto dell’ubicazione e composizione del terroir. Così il consumatore potrà diventare sempre più consapevole di ciò che avrà nel calice”.

Come il Covid ha cambiato la distribuzione del vino

Fino a qualche tempo fa, nell’era pre Covid, distribuire il vino era più semplice. Ci si affidava solo ai canali tradizionali e il prodotto terminava abbastanza velocemente tra la ristorazione e le enoteche. Ma cosa è successo dopo marzo 2020?

Se prima ci appoggiavamo solo a gruppi di distribuzione nazionale e regionali, ora è necessario non trascurare i canali di vendita innovativi. Infatti ciò che prima era meno importante, oggi invece, è essenziale. Ecco che l’e-commerce diventa un modo per salvare il fatturato ma anche per far conoscere il Rossese di Dolceacqua anche ai consumatori occasionali. In futuro– dice Maurizio- è un mercato da non trascurare per non rifare gli errori del passato”.

Fare squadra in Liguria

In un mondo che cambia e in questo momento storico, è importante unirsi per raccontare una storia enoica tutta nuova. “Dobbiamo fare squadra per portare il Rossese di Dolceacqua fuori dalla Liguria e nel miglior modo possibile. Ecco perché la sinergia con il territorio e le istituzioni è sempre necessaria”.

“Anche se abbiamo perso quel periodo in cui le aziende si modernizzavano e iniziavano già a pensare in grande, oggi, con una riscoperta della tradizione nel mondo del vino, siamo pronti a raccontare al meglio il nostro Rossese e permettere a chiunque di conoscere una storia di grande valore”.

L’enoturismo è un’opportunità da cogliere al volo. E se la zona non è facilmente raggiungibile in termini di viabilità ci si deve attrezzare in altra maniera. “è fondamentale una sinergia con le istituzioni. Infatti, anche se ci siamo mossi in ritardo con l’enoturismo, la Regione Liguria è di grande supporto soprattutto per le aziende delle nostre dimensioni. Infatti la Regione supporta bene la viticultura e l’enogastronomia d’eccellenza. Noi piccoli, da soli, faremmo poca strada, allora, abbiamo bisogno di tutto il supporto possibile, soprattutto in piena pandemia ma anche dopo”.

Maurizio ha le idee ben chiare sul suo Rossese di Dolceacqua e sulla scelta di vita. Produrre vino nel miglior modo possibile, non è solo un’arte ma è anche un’attitudine da acquisire nel tempo ma, soprattutto, con tanta pazienza.