Il Sangiovese è uno dei vitigni più coltivati in Italia, soprattutto, in Toscana. Questa è la visione da un toscano doc della Val d’Orcia, Marco Capitoni.

Il vino in Toscana è un’istituzione. Chi nasce e cresce su queste sterminate colline verdeggianti, difficilmente resiste al richiamo del buon vino e, in particolare, del Sangiovese. Oltre alle zone vocate per tradizione e per visione commerciale, esiste la Val d’Orcia, una piccola valle ubicata tra le due colonne portanti della viticultura italiana, Brunello di Montalcino e Vino Nobile di Montepulciano.

È proprio qui che nasce l’azienda di Marco Capitoni, una realtà dedicata prima alla produzione cerealicola e poi, grazie alla passione unita ad una buona dose di sperimentazione, è nato anche il vino in bottiglia.

Marco è un viticoltore appassionato che non si risparmia sia in vigna che in cantina ma, prima di tutto, ama la sua terra e ne è davvero orgoglioso. La cantina Capitoni si trova in piena Val d’Orcia.

Il terroir della Val d’Orcia

La Val d’Orcia è un luogo dove la parola d’ordine è diversità. La si può trovare nel clima, terroir ed espressioni in bottiglia. Qui si può constatare, a distanza di pochi chilometri, suoli che si distinguono per origine vulcanica o marina.

I poderi dell’azienda sono a Pienza e dintorni ma quello più evocativo è il Sedime. Marco ama raccontarlo come il luogo in cui tutto si ferma, tace e riposa. Camminando tra i vigneti non è raro trovare fossili ben visibili quasi in superficie ma non solo, infatti, ci si imbatte anche terreni marnosi. Il tutto è volto a conferire una piacevole sapidità al bicchiere.

Ciò che fa parte del terroir non è mai riproducibile in cantina, quindi, la scelta del podere su cui impiantare i vigneti si rivela importantissima. Infatti i vignaioli della Val d’Orcia scelgono con cura i loro poderi e Marco non è da meno.

I primi 4 ettari dell’azienda Capitoni destinati a produrre vino da imbottigliare sono stati acquistati nel 1999. La superficie aziendale, però, è sempre in evoluzione poiché in Val d’Orcia è ancora possibile scegliere dove ubicare le proprie piante e farle prosperare al meglio. La salvaguardia del territorio, mai come in questo caso, risulta essenziale.

Il rapporto dell’azienda con il consorzio

L’azienda di Marco si inserisce nel Consorzio del vino Orcia. Si tratta di una realtà giovane, nata nel 2000. Al momento le cantine presenti sono oltre 40 ma si conta che almeno 70 rivendicano la denominazione Orcia.

Il volume di bottiglie è sempre in crescita ma, al momento, se ne contano circa 300 mila l’anno. Marco ritiene che il consorzio sia una grande opportunità da cogliere ma è importante non fermarsi, puntare a migliorarsi e a rinnovarsi.

Come nasce un vino Capitoni

Marco racconta con orgoglio la sua storia e ogni bottiglia creata, per lui, è quasi come un figlio che non può nascere senza l’aiuto di una grande famiglia alle spalle. Il protagonista di ogni suo vino è il Sangiovese che ama definire scherzosamente “poco santo e molto giovese”.

La famiglia Capitoni è nel mondo dell’agricoltura da sempre in Val d’Orcia. Hanno iniziato producendo olio e anche vino ma, attenzione, la parte più importante era data dai cereali. Fare vino in bottiglia è sempre stato il mio cruccio e nel 1996 ho iniziato ad immaginare una realtà diversa e più innovativa dell’azienda. Allora ho incentivato il recupero dei vecchi vigneti e ne abbiamo piantati di nuovi. Si è ritenuto necessario creare una cantina ma solo dopo molto studio e lavoro, è nata la prima etichetta nel 2001. Si chiama Capitoni”.

L’etichetta Capitoni, Sangiovese e Merlot in percentuali variabili “Sono il frutto di un lavoro di squadra e di famiglia. Si tratta dell’etichetta che ogni anno, nonostante tutto, va in commercio”.

Ma perché la scelta del Merlot? “Anche se questo vitigno può risultare avulso dal concetto di territorialità, si rivela importante per mitigare gli aspetti tipici del Sangiovese. Il merlot è utile per ridurre al massimo i lavori di cantina”.

Le percentuali delle due uve variano annualmente, così come le bottiglie. “Ogni anno è una scommessa sulle percentuali da utilizzare di Sangiovese e Merlot. Ad esempio nel 2014, annata complicata, siamo usciti con sole 5000 bottiglie, unica etichetta e una percentuale di Merlot del 40% e solo 60% di Sangiovese. In questo caso abbiamo sfruttato il massimo consentito dal disciplinare.

Gli altri “figli” di Capitoni

Non solo l’etichetta bandiera ma anche altri assemblaggi che danno lustro all’azienda. Senza tralasciare la colonna portante che è la qualità, a Marco piace molto sperimentare. Lo dimostra l’etichetta Frasi a cui tiene molto.

La prima annata di Frasi è uscita nel 2005. Si tratta di un assemblaggio di uve proveniente da vitigni del 1974. Sangiovese, Canaiolo e Colorino, seguono un percorso ben preciso. Le uve sono raccolte tutte assieme e così vanno in fermentazione in botti francesi. L’obiettivo è incentivare la spalla morbida nei vini e ingentilirli”. La particolarità del Frasi sta tutta nel numero di bottiglie prodotte, sempre le stesse “4300 bottiglie o zero.” Una vera e propria scelta di identità poiché il Sangiovese deve essere necessariamente quello del vigneto più antico, in modo da conferire la stessa complessità che ci si aspetta bevendo il Frasi.

La gamma si conclude con il Troccolone. “Nel 2001 iniziammo con le barrique come ci richiedeva il mercato. L’abbiamo considerato una palestra su cui migliorare le nostre tecniche di vinificazione ma la nostra volontà era quella di fare un passo oltre. L’obiettivo era mettere in bottiglia il nostro territorio e microclima, senza grandi contaminazioni. Ci abbiamo provato con la terracotta e sperimentando per tre anni, nel 2015 è andato in commercio il Troccolone prodotto con le prime anfore di Impruneta”.

Il Troccolone nasce come per lanciare il cuore oltre l’ostacolo, però, tenendo viva sempre l’identità della Val d’Orcia. “Dal 2012 è iniziata la vinificazione in terracotta. Dopo la dovuta sperimentazione, durata 3 anni, nel 2015 è venuto fuori il Troccolone”. È stato un altro successo (ndr).

L’indissolubile legame con la vigna

Il legame con il territorio è forte ed è il principio che muove Marco Capitoni quando studia e lavora in campagna. Il focus vero e proprio è il vigneto, è qui che si gioca la vera partita. “L’obiettivo è ottenere le migliori uve nella maniera più naturale possibile. Per questo gestiamo manualmente le spalliere. La foglia è il volano che ci porta a comprendere la qualità che vogliamo ottenere.” Grazie ad un ottimo spirito di osservazione e la pazienza che in campagna è fondamentale, viene monitorato lo stato di salute del vigneto, procedendo ad una potatura manuale quando è necessario.

La gestione manuale del vigneto è il primo passo verso l’agricoltura sostenibile. Anche se non abbiamo ancora ottenuto la certificazione biologica per questioni burocratiche, il nostro lavoro si svolge tenendo a mente ogni principio descritto nei vari disciplinari, a volte, ostici. Ad esempio i dosaggi di rame sono minimi, ad oggi, siamo sotto i 3 kg di rame. Utilizziamo induttori come il saccaromices in modo che la vigna possa avviare le sue difese immunitarie naturali adatte a combattere la botrite e la peronospora”.

Ci tiene a sottolineare Marco che l’agricoltura praticata preserva un habitat ideale tra erbe e insetti. “In questo modo non rompiamo l’ecosistema e il tutto lavora in armonia con l’ambiente.

Come rilanciare il vino nell’era post Covid

Il Covid ha messo a dura prova il settore del vino ma si cerca di uscirne vincenti reinventandosi e aspettando la fine di questo periodo così buio. “Nessuno di noi immaginava cosa sarebbe successo e in questo momento ci manca molto accogliere i visitatori in cantina. È un lavoro che ci piace, ci diverte e ci gratifica sia dal punto di vista economico ma soprattutto personale”.

Anche se durante l’estate è stato possibile tirare un sospiro di sollievo, ad oggi, una situazione incerta ha fermato l’espansione del mercato e alcune collaborazioni all’estero sono in pausa. Si spera per poco.

Per il futuro Marco si augura di incentivare l’aspetto della comunicazione ma non bisogna mai dimenticare il rapporto a tu per tu. “Mi manca terribilmente il banco d’assaggio, il rapporto con il cliente che mi gratifica sotto ogni punto di vista. Il social, al momento, è solo un surrogato ma ben venga. Infatti ci aiuta nelle situazioni di crisi.

Tutto questo, però, senza mai dimenticare la crescita dell’azienda. Nel futuro dell’azienda Capitoni c’è voglia di continuare a produrre vino, coltivare nuove vigne. Marco desidera acquistare altro ettaro di Sangiovese e Canaiolo, provando a duplicare le gemme di vecchi vigneti.

Che ci sia una nuova etichetta in arrivo? Marco sulla questione è abbastanza certo “Di certo non c’è in programma una nuova etichetta perché mi piace avere poche referenze ma con caratteristiche ben definite che meritano”. Marco Capitoni, però, ci assicura che le novità non sono finite qui. Quindi stay tuned!