Lo storico vitigno piemontese e l’impronta della Cantina Montalbera.

Il Ruché è un vitigno che offre un’esperienza gustativa immancabile per coloro che vogliono approfondire la conoscenza dei vini italiani. Mario Soldati lo ha definito “misconosciuto e simpatico” che invita a uscire dalla “comfort zone” del bicchiere. Giovane Docg, il Ruché è diventato il vitigno bandiera della cantina Montalbera.

La mission di Montalbera

All’inizio stappare una bottiglia di Ruchè è come giocare a mosca cieca. Non sai quale sentore avrai al naso, come si evolverà il vino nel bicchiere e quali emozioni susciterà il sorso. Se la storia prima del 1964 è poco nota e piena di contraddizioni, la cantina Montalbera ha voluto vederci chiaro. Chi vende un prodotto deve sapere quali sono le sue origini e la sua evoluzione storica. Per la famiglia Morando questa è una missione familiare e aziendale.

Per questo motivo nella produzione del Ruchè è stato interpellato anche il laboratorio Bioaesis di Ancona. A loro è stato chiesto di scoprire le origini genetiche del vitigno. Tracciandone il DNA è stato possibile affermare che il Ruché è piemontese al 100%. Nessun altro vitigno, infatti, possiede l’assetto genetico che lo caratterizza. L’unica varietà che può avvicinarsi è il Pinot Nero.

Come arriva il Ruchè nel territorio piemontese

La storia del Ruchè è piena di leggende e racconti incerti. Il termine viene dal dialetto piemontese e si avvicina al “roche”. Con questa parola si intende un vitigno coltivato in zone impervie come quella del Monferrato, zona eletta per la massima resa della pianta.

Altre tesi sostengono che il Ruchè si sia salvato nel tempo grazie ai monaci di San Rocco. L’ipotesi più accreditata però tira in ballo i cistercensi della Borgogna. Si narra che il vitigno sia arrivato in Italia e, quindi, nel Monferrato, grazie a loro. Qui ha trovato un clima e un terreno ideali, visibili nel risultato finale.

Nel corso dei secoli il Ruchè è stato quasi dimenticato e abbandonato. Ma grazie a Don Giacomo Cauda, parroco di Castagnole Monferrato e vignaiolo coraggioso, il vitigno è stato ripristinato, evitandone la totale scomparsa. Don Cauda, che arriva nella località di Castagnole di Monferrato negli anni Sessanta, trova come beneficio parrocchiale dieci filari coltivati a Ruchè. E allora cosa fare? Curarli, come si fa con gli uomini e le loro anime.

Il Ruchè e Don Giacomo Cauda

Nel 1964 Don Giacomo Cauda si trasferisce nella sua nuova comunità. La vite compresa tra i benefici parrocchiali gli fa scoprire un’uva rossa ormai dimenticata. Provando a superare i suoi limiti, decide di vinificarla in purezza e qui, come dono di Dio, il Ruchè rivede nuova luce.

Iniziò a produrre il “vino del parroco” come viene chiamato ancora oggi. Inizialmente fu destinato a soli ventotto pintoni. La sua qualità e il gusto piacevole furono molto apprezzati e se ne richiese sempre di più. Ecco come è iniziata la nuova avventura del Ruchè.

Quasi vent’anni dopo arrivò prima la Doc e, solo nel 2010, la Docg. Il Ruchè, ad oggi, è un prodotto prezioso che si vende bene sia in Italia che all’estero. Complici del successo sono tutte le sue  affascinanti caratteristiche, che nel bicchiere esplodono e incantano. La viticoltura italiana ha tante eccellenze nel suo panorama e il Ruchè ha un posto ben meritato tra queste.