Da buona pugliese qualche tempo fa ho ritrovato tra le mie bottiglie un Cacc e Mmitte di Lucera. E allora perché non aprirla? Si trattava di un 2016 DOP.

Ci si chiedeva, durante la degustazione, perché si chiama proprio Cacc e Mmitte? Perché lo si conosce meno rispetto ad un Primitivo o Nero di Troia? Di certo commercializzare un vino con un nome così particolare non deve essere semplice nella pratica, soprattutto all’estero. Sono sicura, però, che farebbe un buon successo.

Il Cacc e Mmitte nasce come un vino da produrre in velocità, ce lo dice il nome stesso. Ma questi risultati così piacevoli da dove derivano?  La sua storia può essere altrettanto avvincente? Proviamo a scoprirlo.

Le origini

Il nome Cacc e Mmitte deriva da una procedura di vinificazione specifica in palmenti e cioè, vasche di fermentazione di proprietà dei grandi latifondisti del tempo.

Poiché in passato era possibile trovare i palmenti solo nei terreni dei latifondisti, vi era la possibilità di affittarli. Ovviamente il tempo a disposizione per tenere l’una era poco, ai contadini non restava che lavorare in fretta.

Il noleggio dei palmenti era un’attività davvero redditizia, per cui più noleggi riuscivano a fare i latifondisti, più il guadagno cresceva in proporzione. Per questo motivo i contadini svuotando il mosto velocità “cacc” mettendone “mmitte” altro.

Il nome Cacc e Mmitte, però, è stato tradotto anche diversamente. Data la sua particolare facilità di beva, il termine poteva essere equiparato anche al modo in cui veniva svuotato e riempito il bicchiere, cioè, velocemente. Il nostro cuore vorrebbe seguire questa teoria ma diamo per buona la prima ipotesi.

Quali sono le uve del Cacc e Mmitte?

Questo vino è un assemblaggio e le uve da utilizzare sono diverse. Di sicuro stiamo parando di ceppi a bacca rossa con una piccola percentuale di uva bianca. Di sicuro troveremo uno dei vitigni rappresentativi della Puglia, il mitico Nero di Troia, detto anche Sumarello. A questo ci si aggiunge il Sangiovese, Montepulciano e Malvasia nera di Brindisi, per quel tocco aromatico che lo rende piacevole al palato.

La vinificazione avviene con vinaccioli e bucce. Queste restano a contatto tra loro durante il processo di fermentazione. A questo punto vengono estratti antociani e tannini presenti nella vinaccia. L’uva subisce poi pigiatura e solfitatura e si passa alla fermentazione macerazione.

Un tocco di classe è l’affinamento in legno, in botti di Slavonia. Queste conferiscono al nostro vino una maggiore forza e personalità. Il risultato nel bicchiere è un rosso vivo, anche dopo alcuni anni di affinamento tra botti e bottiglie.

La cultura dell’appennino Dauno è tutta qui. Nel suo nome particolare e nel gusto al bicchiere. Si tratta di un’antica espressione della vinificazione pugliese che tutt’ora rende questo prodotto così elegante e invitante ad un altro sorso.

Note di degustazione

Il colore è un rosso rubino intenso e i suoi riflessi violacei sono invitanti. Così come al naso. La sua intensità è meravigliosa, la frutta rossa è matura e succulenta. Si percepisce anche un leggero sentore balsamico di liquirizia che ne garantisce la freschezza. Il gusto conferma tutti i sentori, è persistente e il tannino c’è e si sente, ma con una certa eleganza.